Soli anche nel mondo virtuale?

Le Ict, nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, non si limitano a migliorare il mondo, ma lo avvolgono e lo ampliano: l’interfaccia del nostro smartphone è una porta che ci apre a sfere dell’informazione, a nuove regioni dello spazio che non sono fisiche, ma neanche soltanto virtuali. Il virtuale s’insinua nel fisico e il fisico si fa virtuale. Stiamo scoprendo le Ict forze sociali, politiche, ambientali,  scientifiche,antropologiche ed anche interpretative. Il seguente lavoro di tesi, dunque, partendo da quest’ipotesi, si è munito di un armamentario concettuale utile per scavare in profondità le dinamiche relazionali di ogni tempo, contenuto nella Quinta delle Meditazioni Cartesiane husserliane, ed è giunto alla formulazione di un interrogativo, ossia se tale paradigma che descrive i rapporti interpersonali possa continuare ad essere accostato all’attuale contesto tecnologico, che, Husserl, naturalmente, non poteva prevedere. La solitudine di cui parla il filosofo è indizio di un disagio che si frantuma nel prendere dimestichezza con il nostro Io, è un cammino in grado di ricondurre non solo a noi, ma anche alle nostre relazioni. La solitudine, con i suoi momenti di stasi, si determina come condizione di possibilità della conversazione, la quale, a sua volta, fornisce materiale su cui riflettere. La tecnologia, tuttavia, potrebbe spezzare questo circolo virtuoso, e sarebbe in grado di farlo in due direzioni opposte:
abbiamo paura di essere lasciati da soli con i nostri pensieri e a soffrirne è la nostra capacità di prestare attenzione all’altro, oppure, non siamo più in grado di porgerci all’altro e, di conseguenza, a noi stessi. Si è così approdati, nel corso del lavoro, a numerosi altri interrogativi: Il dialogo attraverso le tecnologie può raggiungere un livello di empatia uguale rispetto a quello a cui siamo sempre stati abituati, oppure c’è un residuo, un elemento irriducibile del rapporto «offline» che non passa attraverso le tecnologie? Come si delineano le nostre relazioni se fra me e l’altro si pone e
frappone uno smartphone, un pc o un tablet, oppure se passiamo dal conversare con le tecnologie al parlare direttamente alle tecnologie stesse, come quando ci rivolgiamo a Siri, ad Alexa o al nostro assistente vocale Google? Le macchine dotate di voce hanno il potere di farci sentire compresi e le questioni si complicano ulteriormente quando esse assumono anche volti umanoidi. La tesi, dunque, non è approdata ad alcun tipo di conclusione, ma si è limitata a porre molteplici domande che coltivano la speranza di fare un po’ di luce sugli sviluppi digitali dell’intersoggettività.

Elisabetta MIRAGLIO

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