Modi di dire torinesi per fuori sede

Ecco 15 modi dire tipicamente torinesi utili alla reciproca comprensione tra Torinesi e studenti fuori sede. Buona lettura

1. Com’è?
Questa tipica espressione deriva dal dialetto cum al’è e significa semplicemente “come va?”. Per chi non è del posto suona però un po’ strano e la risposta pare ovvia “com’è cosa?”.

2. Hai voglia di…?
È la tipica espressione dei torinesi per chiedere un favore a qualcuno. “Hai voglia di andare a comprare il pane?”; “Hai voglia di aprire la porta?” In alcune circostanze, soprattutto per le richieste più scoccianti, si può aggiungere il rafforzativo “mica”: Hai mica voglia di lavare i piatti?

3. Solo più…
Eh sì, il “solo più” è tipicamente torinese e non è né corretto in italiano, né tanto meno usato in altre regioni della penisola. “C’è solo più una bottiglia di vino…” Pizzicati, siete torinesi!

4. Va bin
Questa espressione è abbastanza riconoscibile anche oltre i confini piemontesi e significa ovviamente “va bene”.

5. Fare che… + verbo
“Facciamo che andare…” una perifrasi un po’ lunga che a Torino significa semplicemente “andiamo”. È il barocco torinese che regna, a volte, anche nella lingua.

6. Piciù
“Ma sei proprio un piciu” è una frase che si può sentire spesso all’ombra della Mole. Si tratta del corrispettivo padano di “pirla”… non molto gentile, ma molto caratteristico.

7. Fare la figura del cioccolataio
Torino ed il cioccolato, una storia d’amore che non si ferma nelle sole buonissime cioccolaterie della città sabauda, ma che imperversa anche nella lingua. Qui però il significato è molto meno dolce di un gianduiotto. Fare la figura del cioccolataio vuol dire infatti fare una figuraccia.

8. Non mi oso
Un’altra espressione linguisticamente non corretta che i torinesi ed i piemontesi usano spesso è “non mi oso”. Il verbo osare non è difatti riflessivo in italiano quindi la frase corretta è “Non oso”. Ma per ribadire bene il concetto un vero torinese “non si osa”, no no!

9. Fare cena / Fare pranzo
A Torino non si cena si “fa cena” e non si pranza, ma si “fa pranzo”. Un’altra espressione un po’ abbondante tipica dei torinesi.

10. Già
Sempre per rimarcare il barocco anche nella lingua, il torinese inserisce un “già” spesso alla fine delle frasi. “Dove era l’appuntamento già?”, “Com’era il titolo di quella canzone già?” e così via.

11. Mandare a stendere
Se qualcuno a Torino vi manda a stendere, non parla certo di bucato. L’espressione vuol dire “mandare a quel paese”. Meglio saperlo!

12. Cicles
Semplicemente la gomma da masticare che a Torino tutti chiamano cicles.

13. Preso bene/Preso male
Gli stati d’animo di un torinese si possono riassumere in “preso bene/preso male”. “Preso bene” si usa quando ci si diverte, si sta bene, si ride e si è felici. Al contrario, “preso male” indica cattivo umore, tendenza a vedere tutto nero e a non amare particolarmente il proprio stato d’animo del momento. Speriamo che siate “presi bene” nel leggere la nostra lista!

14. Cerea
Poteva mancare il tipico saluto piemontese di commiato? Assolutamente no. Cerea è difatti il corrispettivo piemontese dell’italiano “arrivederci”. Volete saperne di più? Allora date un’occhiata al nostro articolo “Cerea: storia e leggende della curiosa espressione piemontese“.

15. Fatti furbo/a
Questa espressione può avere due significati: “svegliati/datti una svegliata” oppure “non dire cavolate”.

16. Alloggio
A Torino non si cerca, compra o abita in un appartamento, ma in un alloggio.

17. Boja Fauss
Come ogni piemontese e torinese sa, “boja faùss” è una imprecazione che può assumere sfumature di stupore o di rabbia. Non si tratta di una bestemmia o di una frase volgare, bensì di un’esclamazione che accompagna uno stato di stupore e/o nervosismo. (Se volete saperne di più, date un’occhiata al nostro articolo Boja Fàuss: l’origine ed il significato di un’espressione tutta piemontese).

18. Oh basta là
Il suo significato lo spiega il geniale Umberto Eco che, nel suo libro Il Pendolo di Foucault, scrisse: “O basta là,” disse Belbo. Solo un piemontese può capire l’animo con cui si pronuncia questa espressione di educata stupefazione. Nessuno dei suoi equivalenti in altra lingua o dialetto (non mi dica, dis donc, are you kidding?) può rendere il sovrano senso di disinteresse, il fatalismo con cui essa riconferma l’indefettibile persuasione che gli altri siano, e irrimediabilmente, figli di una divinità maldestra.

19. Neh
Una piccola particella, usata alla fine di una frase, che si usa in domande orientate. Possiamo dire che in italiano corrisponde al “vero” alla fine della frase che indica che l’affermazione precedente è data per sicura da chi parla. “Conoscevi già questo intercalare? Allora sei di Torino, neh”.

20. E bon
E niente, finiamo con “e bon” che vuol dire proprio “e niente” e che i torinesi usano alla fine per concludere un pensiero. Le possibili varianti sono “e bo” ed “e bom”.

Tratto da qui

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